Contango, il ballo del petrolio

Contango, il ballo del petrolio

Prezzo petrolio sotto zero ed emotività possono unirsi in una danza pericolosa se non vengono ricordati i principi della finanza comportamentale. Ecco cosa sta davvero accadendo al mercato dell’oro nero


Cosa lega in un ballo appassionato petrolio e finanza comportamentale?

Se da un lato giornali e tg hanno parlato nei giorni scorsi di prezzo del petrolio negativo, dall'altro tornano alla mente le parole dello psicologo Daniel Goleman, che nel saggio Intelligenza Emotiva introduceva nel 1995 il concetto di “contagio emotivo”, ossia una particolare forma di interazione reciproca fra soggetti, nella quale un individuo può essere in grado di percepire gli stati d’animo degli altri e anche di trasmetterli. Ciò comporta un susseguirsi continuo di scambi che possono rivelarsi dannosi – se non addirittura tossici – per il soggetto, o rigeneranti e in grado di fortificarlo

Diventa quindi subito palese il legame tra la notizia negativa relativa all'oro nero e l’attuale scenario dominato dal pessimismo generato dalla crisi Coronavirus. Il rischio è proprio che, tra i non addetti ai lavori, si scateni il panico. Questa relazione pericolosa conferma l’importanza per gli investitori di una accurata e trasparente informazione finanziaria, che dovrebbe essere perseguita sempre, senza voler attirare semplicemente l’attenzione del lettore che, dal canto suo, dovrebbe diffidare dei bollettini catastrofici, soprattutto quando si attraversano condizioni turbolente.

È vero, nella giornata di martedì 21 aprile il prezzo del petrolio è sceso a un minimo storico, toccando i -37 dollari al barile.
Attenzione però, perché oltre le headlines dei media, si è trattato di un movimento estremamente tecnico che potrebbe non riflettere i fondamentali.

Se non sei una compagnia petrolifera, è probabile che compri petrolio solo in ottica speculativa o per coprirti dalle oscillazioni di prezzo che potrebbero influire sull'attività della tua azienda. E lo fai affidandoti a uno strumento derivato, quale un future.
Questi strumenti finanziari hanno scadenza mensile e ogni mese si procede al roll over, cioè quel processo di chiusura di posizioni aperte in contratti di prossima scadenza a favore di contratti con scadenze successive.
Chi era in possesso del contratto future di maggio sul West Texas Intermediate (il benchmark per il prezzo del greggio Usa, prodotto appunto nel Texas), avvicinandosi a scadenza, ha dovuto infatti necessariamente venderlo per comprare quello con scadenza a giugno, a meno che non avesse deciso di recarsi direttamente nel luogo di scambio (a Cushing, in Oklahoma, dove viene stoccato e consegnato) per ritirare l’equivalente in barili di petrolio del suo contratto, concludendosi con la consegna fisica come previsto dallo strumento derivato.

Quel prezzo si riferiva dunque al primo contratto future in scadenza a maggio, quando è atteso l’impatto più violento dell’emergenza sanitaria e quindi del calo dei consumi, e per volumi ridotti.

Anche le quotazioni del greggio Brent nella giornata del 21 aprile sono scese dell’8%, portando il prezzo a 25,83 dollari al barile. Perché tanta differenza di prezzo? Confrontando i due parametri di riferimento si nota una discrepanza di base: lo stoccaggio. Negli USA c’è poco margine di stoccaggio del WTI e non vi sono sbocchi sul mare, mentre il Brent viene stoccato nel Mare del Nord e trasportato più rapidamente. Più facili sono stoccaggio e trasporto, minore è il prezzo assegnato.

La discesa del prezzo del petrolio delle ultime settimane è una conseguenza diretta della chiusura totale che ha bloccato aziende e trasporti in tutto il mondo. Gli impianti produttivi sono chiusi, navi e aerei sono fermi, i privati sono bloccati a casa e non utilizzano le automobili: dalla fine di febbraio il consumo di carburanti, e quindi la domanda di petrolio, si sono ridotti drasticamente (la domanda di energia e di petrolio è crollata di quasi un terzo).

La fase di blocco che ha coinvolto le aziende e i trasporti nelle ultime settimane ha determinato un calo considerevole del prezzo del petrolio: dalla fine di febbraio le fabbriche e le attività commerciali sono rimaste chiuse, i privati si sono organizzati per non muoversi da casa, i collegamenti aerei, via mare e via terra sono stati ridotti al minimo. Di conseguenza la domanda di energia di petrolio è crollata di quasi un terzo.

Il calo della domanda non può comportare la chiusura degli impianti di estrazione e produzione, di conseguenza assistiamo a produttori di petrolio che devono trovare una soluzione al surplus di greggio che non riescono a vendere. Le possibilità a loro disposizioni sono di duplice natura:

  • Prendere in affitto delle petroliere per immagazzinare il petrolio in eccesso (con ulteriori spese per i produttori)
  • Immagazzinare più greggio possibile (con grandi aziende così cariche di scorte da non avere altro spazio disponibile).

Tutto ciò riflette una fase del tutto paradossale (e temporanea): i produttori hanno abbassato il prezzo del greggio al minimo storico per esaurire il prima possibile l’eccesso di petrolio senza dover fermare gli impianti di estrazione e incappare così in ulteriori spese.

Gli Stati Uniti sono ulteriormente svantaggiati dal costo elevato per la produzione, al punto che l’estrazione di petrolio non comporta nemmeno un guadagno se il prezzo di vendita scende sotto i 40 dollari al barile. Con conseguente squilibrio tra domanda e offerta. 

È in questo contesto che ha preso piede il cosiddetto contango: un fenomeno passeggero, nel quale le commodity hanno un prezzo maggiore per il futuro rispetto al presente.

Un primo passo verso l’uscita da questa fase negativa è stato fatto nei giorni scorsi dai Paesi membri dell’OPEC e dalla Russia: un accordo per ridurre la produzione di greggio del 10%, in modo da portarlo a un prezzo più sostenibile.

Quindi sì, i privati o le aziende che hanno sottoscritto contratti futures con scadenza a maggio sono andati in perdita fino a toccare quasi i -40 dollari al barile. Barile che, però, nello stesso contratto con successiva scadenza a giugno vale circa 20 dollari. E che viaggia molto sopra i 30 dollari in quello con scadenza a novembre, indicando che i prezzi scontano una ripresa della domanda conseguente alla ripartenza dell’economia.


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