Nvidia riaccende la fiducia. Ma settembre è il mese che le Borse non amano

03 Settembre 2026 _ News

Nvidia riaccende la fiducia. Ma settembre è il mese che le Borse non amano

Nell’ultima settimana i mercati hanno tirato un sospiro di sollievo, e la ragione ha un nome preciso: Nvidia. Ma accanto alla buona notizia del momento, c'è un tema che nessuno ama affrontare quando il mercato è a un passo dai massimi: la stagionalità. Stiamo per entrare in settembre, e settembre — insieme all'autunno di un anno di elezioni di metà mandato negli Stati Uniti — ha una storia statistica che merita di essere raccontata con onestà. Non per spaventare, ma per prepararsi: come direbbe il leggendario investitore Howard Marks, non possiamo prevedere, ma possiamo prepararci.

Partiamo dalla notizia bella, perché è concreta e importante. Mercoledì sera Nvidia ha pubblicato la sua trimestrale, e ha fatto molto più che battere le attese. L'azienda ha previsto per il prossimo anno fiscale una crescita dei ricavi del 70%, contro il 45% che si aspettava Wall Street, aggiungendo che la crescita sarebbe stata perfino maggiore se non ci fossero i vincoli di produzione. Ma il dato che ho trovato più significativo è un altro, ed è quello che racconta dove sta andando davvero l'intelligenza artificiale: i ricavi provenienti dai clienti che non sono i grandi colossi tecnologici sono cresciuti del 138% anno su anno, più velocemente di quelli dei giganti tech. Tradotto: la domanda di AI si sta allargando oltre le solite big tech, verso startup, governi, aziende tradizionali. Il titolo, che veniva da sette sedute consecutive di ribassi — schiacciato proprio dai timori sul famoso "finanziamento circolare", di cui parleremo a breve— è finalmente rimbalzato, spezzando quella striscia negativa.

Vale la pena spiegare cos'è questo "finanziamento circolare" che aveva innervosito il mercato nei giorni precedenti, perché è il tipo di rischio strutturale che un investitore attento deve capire. Si parla di finanziamento circolare quando un'azienda investe o presta denaro a un cliente, e quel cliente usa gli stessi soldi per comprare i prodotti dell'azienda che glieli ha dati. È un circolo che si autoalimenta: può gonfiare i ricavi dichiarati e mascherare quale sia la domanda reale, quella vera, esterna. Nel caso dell'AI, il timore è che parte della domanda di chip sia in qualche modo "finanziata" dagli stessi produttori. La trimestrale di Nvidia, con quella forte crescita della domanda proveniente da clienti esterni all'ecosistema dei grandi, ha attenuato — non cancellato — questa preoccupazione. È un punto da tenere d'occhio, ma questa settimana ha giocato a favore dei tori.

Il secondo grande appuntamento della settimana è stato Jackson Hole, il simposio annuale della Fed, dove venerdì è intervenuto Kevin Warsh per la prima volta da presidente. Il tono è stato tendenzialmente da falco: Warsh ha fatto capire che la battaglia contro l'inflazione non è affatto vinta e che il lavoro della Fed non è finito, e — coerentemente con la sua nuova linea — ha continuato a non fornire indicazioni precise ai mercati. È l'immagine di una Fed che vuole parlare meno e guidare meno gli investitori. Non a caso il dato PCE di luglio, uscito in settimana, gli dà ragione a metà: prezzi ancora al 3,7% su base annua, con la componente core al 3,3%, fermi rispetto a giugno e sempre oltre un punto sopra l'obiettivo del 2%. La maggioranza degli economisti si aspetta tassi invariati a metà settembre, ma le tensioni geopolitiche potrebbero far riaccelerare l'inflazione e costringere la Fed ad alzare.

C'è poi un tema di sfondo che questa settimana ha raggiunto una cifra simbolica: il debito pubblico americano ha toccato i 40.000 miliardi di dollari. Al netto delle posizioni interne al governo, il debito del Tesoro è ora pari al 100% del PIL. È un numero enorme, che alimenta i timori dei cosiddetti "bond vigilantes", quegli investitori che vendono i titoli di Stato a lunga scadenza spingendone sui rendimenti quando temono deficit e inflazione fuori controllo. Ma qui va fatta una precisazione onesta, che bilancia il quadro: il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha messo in campo una serie di mosse per calmare quei timori — sostegno allo yen per evitare che il Giappone venda i suoi Treasury, raddoppio dei riacquisti di titoli a lungo termine, e la possibilità di attingere al conto generale del Tesoro, quasi mille miliardi di dollari, per finanziare quegli acquisti. Insomma, i vigilantes per ora non hanno preso il sopravvento, e finché i rendimenti restano coerenti con una crescita nominale del PIL al 6,5%, non c'è motivo di farsi prendere dal panico. I rendimenti obbligazionari sono in aumento in tutto il mondo, ma Per ora, gli investitori interpretano i rendimenti più elevati come un segnale di crescita economica piuttosto che come una minaccia.

E arriviamo al cuore di questa puntata, il tema che voglio lasciarvi: la stagionalità. Perché i dati dell'economia restano solidi — la stima del PIL del terzo trimestre della Fed di Atlanta è addirittura salita al 4,6%, i consumi tengono, il mercato del lavoro regge — ma il calendario, da qui a ottobre, invita alla prudenza.

Vi do i numeri, perché parlano da soli. Settembre, dal 1950, è statisticamente il mese peggiore dell'anno per le azioni, e l'unico con un rendimento medio costantemente negativo, intorno al -0,7%, positivo solo nel 44% dei casi. E se allarghiamo lo sguardo al ciclo elettorale americano, il quadro si accentua: l'anno delle elezioni di metà mandato — e il 2026 lo è — è storicamente il più debole del ciclo quadriennale, con ribassi che tendono a essere più profondi. Fidelity stima un calo medio di circa il 19% a metà ciclo, mentre il peggior calo di quest'anno finora è stato solo del 9%, a marzo. E i minimi, storicamente, si concentrano proprio tra agosto e ottobre.

Ora, attenzione, perché qui arriva la parte costruttiva, quella che rende questa non una previsione catastrofista ma un ragionamento da investitore. Quello stesso periodo di metà ciclo elettorale si è rivelato storicamente il momento più affidabile dell'intero ciclo per "comprare nella paura". Il grafico storico è quasi perfetto: l'indice S&P 500 è salito nei dodici mesi successivi a ogni tornata di elezioni di metà mandato dal 1950, con un guadagno medio di circa il 15%, positivo nel 95% dei casi dal 1938. In altre parole: la debolezza autunnale, quando arriva in questi anni, non è stata storicamente l'inizio di un disastro, ma un'occasione di ingresso in vista dell'anno pre-elettorale, che è tradizionalmente il più forte del ciclo, con guadagni medi intorno al 16%.

Devo però aggiungere l'onestà intellettuale che è il cuore del nostro mestiere: le medie descrivono diciannove cicli, non questo. E questa volta ci sono elementi che rendono il confronto imperfetto: il mercato è a un passo dai massimi con valutazioni elevate, una fortissima concentrazione sull'intelligenza artificiale, e un rendimento trentennale vicino al 5,3%. In generale le statistiche premiano chi compra sui ribassi, non chi insegue i massimi. Ed è esattamente questa la differenza operativa che conta.

Cosa portiamo a casa, allora, in termini operativi? La sintesi è semplice: non stiamo vendendo, ma ci stiamo preparando. Ha senso ridurre le posizioni che sono corse di più riportandole al peso obiettivo e aumentare la riserva di liquidità. Non per uscire dal mercato — i fondamentali, gli utili in crescita del 25% al netto degli effetti contabili, e la storia della stagionalità non lo giustificano — ma per avere le munizioni pronte se la debolezza di settembre e ottobre, quella che il calendario sta segnalando, dovesse presentarsi.

In sintesi: Nvidia ha riacceso la fiducia sull'intelligenza artificiale e ci ha ricordato che il motore degli utili è ancora potente e reale. Ma il calendario, con settembre e l'autunno di metà mandato alle porte, invita a un supplemento di disciplina. Il trend di fondo resta costruttivo. Il nostro compito, in queste settimane, non è indovinare il giorno del minimo, ma arrivarci preparati, con la liquidità e la lucidità necessarie per trasformare l'eventuale paura degli altri nella nostra opportunità.

 

 

 

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