Utili S&P 500 Q2 2026: la crescita si allarga oltre le Magnifiche 7
10 Settembre 2026 _ News

Siamo entrati in settembre, un mese che gli investitori guardano tradizionalmente con una certa cautela, e ci arriviamo con gli indici vicini ai massimi e un'economia americana ancora in espansione. Questa settimana, però, i dati hanno messo in evidenza un elemento che vale la pena analizzare. Per mesi la narrazione è stata semplice: ci sono sette titoli che contano — i Magnifici 7 — e 493 che restano sullo sfondo. I numeri di questa stagione degli utili, ormai completa al 97%, indicano una realtà più articolata, ed è utile capirla per impostare il posizionamento dei prossimi mesi.

Partiamo dai fatti della settimana. Giovedì sera ha riportato Broadcom, uno dei colossi dei semiconduttori per l'AI. I numeri sono stati stellari: ricavi su dell'86% anno su anno, utili su del 96%, e i ricavi legati ai chip per l'intelligenza artificiale esplosi del 221%. Numeri da capogiro. Eppure il titolo ha subito prese di profitto, perché la guidance per il trimestre successivo — pur ottima — è arrivata appena sotto le aspettative già altissime di Wall Street, su un’azienda non certo regalata in termini di multipli. È il copione che conosciamo: quando un titolo è prezzato per la perfezione, anche l'eccellenza non basta. Nella stessa serata, però, Dell ha mostrato la faccia opposta della medaglia: ricavi su del 58%, utili su del 203%, i server per l'AI raddoppiati. E il titolo è volato ai massimi supportato da valutazioni più ragionevoli. Il messaggio è chiaro: il boom dell'infrastruttura AI è reale e sta ancora accelerando. Il problema non sono i fondamentali. È il prezzo che paghiamo per quei fondamentali.

E qui arrivo al cuore della settimana, perché sfata un mito. È vero che le Magnifiche Sette hanno registrato una crescita degli utili monstre, del 118%. Ma una fetta enorme di quel numero è un artificio contabile: Alphabet e Amazon da sole hanno contabilizzato 151 miliardi di dollari di plusvalenze sulle loro partecipazioni in società di AI ancora private, come Anthropic e OpenAI. Sono guadagni sulla carta, che restano in bilancio senza generare cassa e che non si ripetono, a meno che quelle valutazioni non salgano di nuovo. Se togliamo questi due nomi, gli altri cinque Magnifici hanno battuto le stime di appena il 4,4% — sotto la media storica dell'indice, che è del 7%.

Ma attenzione, perché c'è un rovescio positivo della medaglia: una volta ripulita da questi effetti straordinari, la crescita di fondo si rivela sì meno spettacolare, ma anche più sana e più ripetibile. Ed è proprio questo che conta per i prossimi trimestri: meglio una crescita normale e sostenibile che un numero gonfiato da una tantum contabili destinate a non tornare.
Mentre tutti guardavano i sette giganti, gli altri 493 titoli dell'indice hanno fatto qualcosa di notevole: hanno messo a segno una crescita degli utili del 31,8%, la migliore dalla fine del 2021. Dieci settori su undici hanno rivisto al rialzo gli utili rispetto a giugno. L'energia, spinta dal petrolio più alto. I finanziari, passati da una crescita del 5% al 22%. Gli industriali, l'immobiliare, i beni di consumo. Ogni singolo settore ha aumentato i ricavi. Non è la storia di sette aziende. È una storia di redditività diffusa.

Ed è qui che entra in gioco il concetto che dà il titolo a questa puntata. Gli analisti prevedono che nel quarto trimestre gli altri 493 titoli cresceranno più dei Magnifici 7 — il 27% contro il 23%. È un'inversione storica. Per capirci: a giugno, la distanza tra i Magnifici 7 e il resto dell'indice, tolti gli artifici contabili, era di quasi sedici punti percentuali. Oggi si è già ristretta a undici. Entro fine anno, secondo le stime, diventerà negativa. La leadership del mercato, insomma, si sta allargando invece di restringersi. E per un gestore questo è un segnale importante, perché un mercato appeso a pochi nomi è fragile, mentre un mercato in cui la forza degli utili si distribuisce su molti settori è strutturalmente più solido.

Per l'onestà intellettuale che è il cuore del nostro mestiere, dobbiamo anche evidenziare che questa storia ha le sue avvertenze. Primo: una parte della forza dei 493 è a sua volta concentrata: Micron e Chevron, ovvero un titolo petrolifero ed uno legato al mondo dei semiconduttori, spiegano una fetta importante di quella crescita. Secondo, e più importante: il prossimo anno le crescite degli utili rallenteranno per tutti. Gli analisti hanno tagliato le stime per il 2027 su un numero record di aziende, e la crescita prevista scende dal 31% di quest'anno al 14%. È una decelerazione che riguarda tutti, giganti e non.

E terzo: il mercato, per ora, non sta pagando per nulla di tutto questo. In un trimestre da record, le aziende che hanno battuto le stime hanno guadagnato in media appena lo 0,6% nel giorno di borsa successivo al rilascio dei risultati, contro una media storica dell'1%. È il segno di un mercato che ha già molto incorporato nei prezzi.
E qui si innestano due nubi. La prima è il petrolio: il conflitto con l'Iran si è riacceso, gli Stati Uniti hanno colpito diverse petroliere iraniane, il greggio è tornato a salire e con esso i timori sull'inflazione. La seconda è la Fed, che si riunisce il 16 settembre. Il quadro è delicato, perché l'economia è tutt'altro che debole: la stima della Fed di Atlanta per la crescita del terzo trimestre è salita a un impressionante 4,8% annualizzato, i servizi sono ai massimi da febbraio, il mercato del lavoro resta solido.

Ma l'inflazione non molla: gli indici dei prezzi pagati dalle imprese restano elevati, e c'è una divergenza tecnica importante da segnalare — la misura del CPI viaggia verso il 2,4%, ma quella preferita dalla Fed, il PCE core, resta sopra il 3,3% e in risalita. La Fed lo sa, e difficilmente si farà ingannare da un dato di inflazione più freddo sapendo che l'altro è più caldo. Il mercato dei futures è passato dallo stimare una probabilità del 70% di un rialzo a settembre a circa il 50%, dopo che alcuni membri più prudenti hanno lasciato intendere che aspetteranno i dati. L'onere della prova, adesso, è tutto sui prossimi numeri sull'inflazione.

In sintesi: questa settimana ci ha insegnato che la storia dei "magnifici sette contro tutti gli altri" sta finendo, e che sotto la superficie del mercato la forza degli utili è molto più diffusa e sana di quanto i titoli di giornale raccontino. È una buona notizia. Ma arriva in un mese storicamente difficile, con il petrolio che rialza la testa e una Fed che deve decidere se il suo lavoro contro l'inflazione è finito o no.

Cosa portiamo a casa in termini operativi? La sintesi è che siamo in un mercato forte ma compiacente, e la stagionalità non aiuta. Non è un motivo per vendere — i fondamentali, gli utili diffusi e l'economia non lo giustificano. Ma è un motivo per prepararsi. In concreto: primo, valorizzare il passaggio di testimone, spostando gradualmente il baricentro del portafoglio verso i settori che stanno raccogliendo la crescita reale degli utili invece di restare appesi solo ai grandi nomi tecnologici. Secondo, approfittare del fatto che, dopo il miglior trimestre di utili degli ultimi cinque anni, il mercato è diventato paradossalmente più economico: il rapporto prezzo/utili prospettico è sceso sotto la media degli ultimi cinque anni, perché gli utili sono cresciuti più dei prezzi. Terzo, e lo ripeto come sempre: tenere una riserva di liquidità superiore alla norma, non per uscire, ma per avere le munizioni pronte se la volatilità di settembre e ottobre — quella che il calendario ci segnala — dovesse creare occasioni di ingresso a prezzi migliori.
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